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La sfilata maledetta

Mar 24, 2017

Saranno passati sette, otto, forse dieci anni, di preciso non ricordo. Ricordo invece che si lucidavano le graticole e dalle braci si alzavano in cielo i primi effluvi di grasso strinato. Il venerdì era una serata ibrida, l’imperatore sarebbe arrivato il giorno dopo ma qualche anima inquieta vagava già coperta di stracci. Ma non era ancora rievocazione, era Gemellaggio, era il gran galà della moda, la sfilata amatoriale delle griffe paesane. Così amatoriale che il mio amico Cristian, proprietario della boutique trendy per giovani dentro, mi invitò a sfilare per lui.

“No, lascia perdere”, gli risposi, “ti sembro adatto?”. Alzai la camicia e gli mostrai una pancia che, dopo aver appeso le scarpe da calcio al chiodo, cominciava a prendere forma.

“Dai, per favore, non voglio modelli, voglio gli amici, quelli che non sono troppo sovrappeso, facciamo per divertirci”.

“No, dai”.

“Non puoi dirmi di no”.

“No ti prego”. Pensai a moglie, figli, amici, colleghi.

“Dai!”.

“Sono giornalista, c’è un codice deontologico che vieta di fare pubb…”.

Non rispose nemmeno.

Lo guardai supplicandolo.

“I camerini sono unici, maschi e femmine insieme, vi cambiate con le modelle, perché gli altri negozianti hanno le modelle, quelle vere. Nel trambusto della sfilata non ti dico cosa salta fuori”.

Mi sarei dovuto accorgere del suo naso che cresceva a dismisura, e invece pensai a Claudia Schiffer e Naomi Campbell che si spogliavano a due passi da me.

“Va bene dai, mi devi una bevuta”.

È inutile dire che la sera della sfilata gli spogliatoi erano rigorosamente divisi. Ebbi l’impressione che ci fossero addirittura tre stanze distinte: modelle, modelli, noi.

“Allora”, Cristian mi venne vicino a piccoli passi, io ero seduto sulla panchina dello spogliatoio, in tensione, quasi come prima di una finale dei campionati mondiali. Fuori c’era un mare di gente, piazza Garibaldi gremita, in attesa di vedere le collezioni invernali. Sì, perché durante un torrido settembre, noi portavamo in scena gli abiti per l’inverno.

“Per te solo il meglio”, mi disse, “al primo giro ti vesti come eravamo d’accordo, e ti metti queste scarpe. Dopo, ti cambi gli abiti e… guarda qua”.

Io guardo, impassibile.

“Solo per te, la fanga più incredibile, scarpa fatta a mano, artigianale, con questa stendi mezza piazza. Illumini”.

Sarà. Pensai.

Feci il primo avanti e indietro in apnea, guardando il vuoto davanti a me, puntando il campanile illuminato dell’ex Chiesa del Suffragio. Ci saranno state duemila persone, ventimila per me, cento per la Questura. Ero in tranche, non ricordo nemmeno cosa stessi indossando, né sopra né sotto. Seguivo Antonio, l’unico di noi con un po’ di esperienza, frullava sulle passerella come un cardellino. Io provavo di copiarne i passi, e forse non me la cavavo nemmeno male.

L’importante era non cadere, non cadere!

Rientrai indenne nei camerini.

“DAI DAI DAI DAI DAI; bisogna andare fuori di nuovo, cambiatevi di corsa!!!!”. Spinte e colpi sulla spalla. Volavano camicie, maglioni, pantaloni, scarpe… Mannaggia: togli camicia, metti camicia, togli pullover, metti cardigan, pantaloni, cintura, cappotto, e poi le scarpe.

“Eccole, eccole, guardale!” Mi disse Cristian. “Infilale subito che vai fuori per primo”.

Qualcosa di strano.

Il piede sinistro ci stava bene. Il destro no. C’era come qualcosa che risaliva e premeva tutta la fiancata destra del piede. Non ci stavo bene per nulla.

Però, pensai lì per lì, non è proprio comoda.

Mi alzai in piedi, cavolo che male.

“Cristian, non è proprio comoda questa scarpa, mi fa un po’ male qua”. Gli indicai l’esterno del piede.

“È artigianale, cuciture fatte a mano, devono prendere la forma del piede, stringi i denti, vai, vai vai!”. Mi sentii quasi stupido a non capire il valore delle cuciture fatte a mano, a mettere in dubbio quel gioiello che stavo calzando.

Strinsi i denti, strinsi tutto, anche il piede, perché lì dentro proprio non ci stava.

Arrivai sulla passerella, il dolore era forte, mi sforzai di camminare dritto, di sorridere, di trattenere le lacrime.

Rientrai nei camerini, mi tolsi le scarpe, il piede tornò a vivere come dopo due settimane consecutive di sci. Quindi, come un cowboy che controlla la presenza di scorpioni negli stivali, ruotai la scarpa e infilai una mano per tastare di persona il valore di quelle cuciture.

Uscì un calzascarpe.

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