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Cogli l’attimo

Apr 24, 2017

Qualche anno fa ero a New York. I miei 40 anni, i 10 di matrimonio. Una mattina di sole, un freddo cane, a metà aprile. Mi aggiravo nell’Upper West Side, tra la Broadway e l’ottantesima strada, per andare da Zabar’s a prendere un paio di bagels da mangiare a due isolati di distanza, nel grande parco. Davanti all’insegna arancio, simbolo della gastronomia d’elite newyorkese, c’era l’uomo che vedete nella foto. Una faccia simpatica. Vendeva libri usati e se ne stava dietro una bancarella sgangherata che si reggeva in piedi per miracolo. Alle sue spalle il traffico della metropoli, davanti agli occhi le signore della zona più ricca di Manhattan. Una sportina con qualche mela lucida e un paio di specialità kosher, 100 dollari e via, come niente. Mi fermai a spulciare tra i testi e notai un piccolo ritaglio di cartone con una scritta a mano di colore blu: vendo libri di Philip Roth autografati dall’autore.

Certo, chiunque lo avrebbe potuto dire, vallo a contestare. Però avevo letto che Philip Roth viveva proprio lì, prima di ritirarsi nella sua tenuta in campagna. Philiph Roth faceva la spesa da Zabar’s, era risaputo. E comunque, al di là qualsiasi considerazione, il sorriso di quell’uomo non mentiva. Quell’uomo lo conosceva, Philip Roth, lo capivi guardandolo negli occhi, che non era un cazzaro.

Non chiesi il prezzo, non domandai quali titoli avesse. Tornai in albergo e mandai una serie di messaggi ad alcuni amici per prendere le ordinazioni, il giorno seguente sarei tornato da quell’uomo e avrei riempito il carrello. Andai a letto bello soddisfatto, non sarei rientrato da New York con magliette e calamite per frigorifero, sarei atterrato a Malpensa con i libri autografati da Roth. Philip Roth, mannaggia.

Ventiquattro ore dopo ero lì. Lui no. Il giorno dopo ero ancora lì, lui no, al suo posto c’erano un paio di predicatori di chissà quale confessione. Il giorno dopo ero al John Fitzgerald Kennedy, in attesa di imbarcarmi sul volo di ritorno. Nella valigia avevo magliette, braccialetti e un paio di cafonissine calamite. L’unico libro era la Lonely Planet.

Il tempismo è tutto nella vita. Un po’ come quando, nel ’94, rinunciai ai biglietti per il concerto dei Nirvana perché mi ero speso tutti i soldi per andare a vedere i Pink Floyd. Un mese dopo Cobain si sparò in bocca.

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